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LE NAVI ABBANDONATE NEL LAGO D'ARAL 

 

Il panorama che si vede dalla cima di un promontorio sabbioso nel nord dell’Uzbekistan potrebbe essere quello di un deserto qualunque, se non fosse per i mucchi di conchiglie e per le decine di pescherecci abbandonati che arrugginiscono sulla sabbia. Un tempo, infatti, questa era la punta di una penisola che si protendeva nel Lago d’Aral, che fino agli anni Sessanta era la quarta massa d’acqua interna più grande al mondo, con una superficie di circa 67 mila chilometri quadrati, più o meno come Piemonte, Lombardia e Veneto messi insieme. Un vero e proprio mare salato in un’infinita terra senza spiagge compresa tra le ex nazioni sovietiche di Uzbekistan e Kazakhstan. Qui c’è Mujnak, un tempo fiorente cittadina di pescatori, con un conservificio che negli anni Ottanta inscatolava ancora migliaia di tonnellate di pesce all’anno. Cinquant’anni fa la sponda sud dell’Aral lambiva la città, ora le tracce d’acqua più vicine si trovano 90 chilometri più a nord-ovest.

Il Lago d'Aral per migliaia di anni è stato alimentato da due grandi fiumi, l’Amu Darya e il Syr Darya. Non avendo sbocco al mare, la stabilità del livello dell’acqua era garantita da un naturale equilibrio tra afflusso ed evaporazione. Quando, nel IV secolo avanti Cristo, Alessandro Magno conquistò questi territori, i due fiumi erano già da tempo immemorabile le arterie vitali dell’Asia centrale. Per secoli il Lago d’Aral e i suoi ampi delta hanno tenuto in vita una miriade di insediamenti disseminati lungo la Via della Seta che collegava la Cina all’Europa. Gli antichi abitanti di queste regioni, tagiki, uzbeki, kazaki e altri gruppi etnici, prosperavano grazie all’agricoltura, la pesca, la pastorizia, il commercio e l’artigianato.

Tutto cambiò dopo che, all’inizio degli anni Venti del secolo scorso, la Repubblica dell’Uzbekistan entrò a far parte della nascente Unione Sovietica e Stalin decise di trasformare le repubbliche dell’Asia centrale in enormi piantagioni di cotone. Il clima arido di queste regioni non si prestava alla coltivazione di una pianta che ha bisogno di molta acqua, così i sovietici intrapresero una delle opere di ingegneria più ambiziose della storia umana, scavando a mano migliaia di chilometri di canali per irrigare con l’acqua dell’Amu-Darja e del Syr-Darja il deserto circostante e coltivare il cotone.

Fino ai primi anni Sessanta il sistema rimase ancora abbastanza stabile, ma poi vennero aggiunti nuovi canali di irrigazione e di colpo il sistema smise di essere sostenibile. I sovietici sapevano quello che stavano facendo, ma non calcolarono l’impatto complessivo che le loro azioni avrebbero avuto sull’ambiente, e soprattutto la velocità con cui il lago sarebbe scomparso. E così, dal 1960 al 2002, l’area della superficie si è ridotta del 70%. Il volume è crollato del 90%, calando di 16 metri. Risultato: l’enorme lago salato si è progressivamente ridotto ad una serie di periferiche pozze d’acqua. Nel 2014 la parte orientale si è asciugata del tutto, lasciando spazio a un nuovo deserto e i 30.000 lavoratori un tempo impegnati nel settore della pesca hanno dovuto cambiare vita.

Oggi il Lago d’Aral, anche se ancora presente nella maggior parte degli Atlanti geografici del mondo, non esiste più ed è semplicemente un nuovo deserto di cui nessuno sentiva il bisogno. Un cimitero assolato di pescherecci abbandonati, monumenti arrugginiti a perenne ricordo della stupidità umana.

Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha definito la scomparsa del Lago d'Aral come il simbolo dei danni commessi dagli esseri umani: “Probabilmente si tratta del più grande disastro ambientale del nostro tempo”.

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